La Presentazione di don Rosario Mottinelli - Sito Ratatue

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La Presentazione di don Rosario Mottinelli

Canzoni Quàter Bòte
Presentazione del Repertorio
di don Rosario Mottinelli
QUÀTER BÒTE Le Ratatüe

Chi non è Camuno purosangue e non ha, e sempre meno avrà, la fortuna di ascoltare, imparare, capire e  comprendere il nostro difficile dialetto, non potrà gustare appieno il caleidoscopio di sensazioni che genera nel cuore l’ascolto del CD  “Quàter Bòte” edito nel 2014 dal gruppo RATATÜE, nome che significa letteralmente “gli avanzi apparentemente inutili che si pongono in soffitta”.
Ed è un vero peccato perché, tramite  testi, musica, sottofondo ed espressioni idiomatiche ormai sconosciute ai più, ognuno, se conoscesse il dialetto, avrebbe la possibilità di fare non solo un giro nella storia della valle:
  • dalle paure ancestrali del Badalìhc,
  • alle vicende  dell’epoca carolingia (800-1000 d.C.) con i racconti   popolari ed il folklore tuttora vivo attorno a Cristina, Glisente e Fermo, i tre fratelli, poi eremiti sui monti…
  • dai fatti del ‘500,’600 con le  streghe vere o presunte del Tonale,
  • per arrivare alla triste esperienza  dell’emigrazione che ha fatto da autentica  sanguisuga di forze, rendendo fortunata sì la  vita di pochi, ma ad un prezzo esoso …
  • fino a raccontare la fatica  dei minatori o di chi partiva col bastimento fino all’Argentina sconosciuta e in capo al mondo.
E’ per  questo che esprimo il mio parere molto positivo circa questa raccolta proficua che riesce a sottrarre all’oblio quella cultura che  -pure   chiamata “ minore” dai  critici d’arte e di letteratura - offre uno spaccato così profondo, anche  se non esaustivo di temi.  
Mi propongo di offrire una “lettura” dell’opera con semplicità,  ma col desiderio di avvicinare il mondo “camuno” a chi proprio non lo è di nascita e formazione, inoltre anche per aiutare chi camuno lo è, a non perdere un autentico patrimonio che è la  radice della nostra storia.
Mi permetto, allora, di chiosare ogni  bòta o ballata, o racconto cantato e inciso,  per dare le coordinate che rendano almeno comprensibile il nucleo di ogni canto proposto. Resta il fatto che,  dopo una presentazione, deve rimanere la fatica - dico io gioiosa - di ascoltare almeno due o tre volte lo stesso brano, onde poter poi entrare nel mondo evocato e magari un po’ dimenticato.
Certo il fatto che ogni paese abbia alcune sonorità proprie e alcune cadenze,  pur dello stesso dialetto, complica ancor più la lettura dei suoni traslitterati nel miglior modo possibile, ma che esigono, un po’ come l’inglese, una “intonation” che  può dare solo chi padroneggia bene la lingua e le sue sfumature. La lettera H, in modo particolare, a volte sta per l’italiana “C” aspra ( come in cane), altre volte è un’aspirata più o meno forte che in italiano spesso è diventata una  “S”. Se qualche “dritta” gioverà a gustare il CD ne sono contento, in caso contrario avrò almeno spezzato la lancia a favore di questo “progetto” di indubbio valore culturale.  

MARIA PONCÈCA
La protagonista, sempre arrabbiata e tesa, obbliga a fare un giro enorme di richieste a Tizio, Caio Sempronio, ….ognuno dei quali non dà nulla per niente. Parrebbe l’elogio del “do ut des” ( io ti do se  tu mi dai), ma l’accetta del nonno trovata in cascina, che si lascia usare per rompere la catena delle richieste  a circolo chiuso, spezza la sequenza, inneggiando così al valore della gratuità.

PÒTA
Parola di una volgarità estrema in molti dialetti (cremonese soprattutto) significando la parte del corpo femminile usato dalle “donne di mestiere” (la “pota” che connota quindi la potana, putana, puttana, meretrice etc,…) diviene nel canto un modo per spiegare non un valore volgare, ma nel nostro dialetto è solo un intercalare senza  alcun riferimento licenzioso, ma anzi, un modo tutto camuno per  schermirsi di fronte ad un errore, un modo per invocare comprensione di fronte ai propri limiti, una giustificazione di un atto, quando non si riesce a darne una esauriente ragione.

FOLÈCC
Nelle civiltà celtiche, il cui influsso è giunto anche nelle nostre contrade, ci sono questi personaggi invisibili, diavoletti, gnomi (???) con una  capacità scherzosa di fare alcune birbonate alla gente, così per il gusto di complicare loro la vita. Se la prendono con giovani e vecchi con scherzi amari alla “Mister Bean”. Ce ne   sono taluni anche “gentili” che aiutano una povera vedova di Cerveno a portare il fieno al riparo di un temporale, che avrebbe danneggiato la sua fatica giornaliera e magari di tutta la   stagione. Ma non ci si illuda, sono eccezioni rare. L’egoismo e un po’ di cattiveria connotano i folletti, forse  anche la maggior parte delle persone che folletti non sono.

MINATORE
Grande è la tristezza del cuore quando, per mancanza  di lavoro, si è costretti a fare valigie di cartone  e andare all’estero a lavorare . Se la fatica condivisa può far crescere anche il senso di solidarietà, non garantisce che tutto vada bene, anzi… L’ecatombe di Marcinelle che coinvolse anche minatori camuni sta lì a  dire, con l’”ooh” dell’ultima strofa di struggente  musica,  che la tragedia è sempre dietro l’angolo ed è tale non solo per il singolo,  ma si allarga a famiglie, parentele, nazioni intere colpite. Pianto, disperazione, urla si scagliano contro una vita assai amara. Così si chiude il brano con una litania di feriti chiamati per nome.

BADALÌHC
Su un’introduzione musicale da ballata medievale si delinea la saga del Badalìhc, mostro di Andrista sopra Cedegolo. Nei temi di streghe e assatanati questo uomo-serpente-drago viene processato e condannato. E’ vero che la sua è una verità certa e scomoda che smaschera tante ipocrisie di ogni paese, ma è spietata per come la dice e per l’intenzione di mettere male, di fomentare cattiveria, divisione e mandare in crisi quell’equilibrio già fragile che nei rapporti tra la gente di un piccolo paese  è già per natura sul filo del rasoio. Non si coglie nell’agire del Badalìhc  il gusto di fare giustizia, ma solo della cattiveria portata in piazza. Tutti egli mette alla berlina, viene  ricercato e  condannato perché suo unico scopo è disprezzare, calunniare  aumentare la maldicenza.

PÜT VÈCC
Il “PÜT” è il giovane  che non trova o non vuole trovar moglie e, se è anche ormai su con gli anni,  è anche  “VÈCC”, vecchio.  A lui è rivolto il brano che lo stimola a  darsi da  fare, a non essere pigro e accidioso, a  lasciare la situazione di “mantenuto” dai suoi genitori, anche perché costui pare essere lazzarone e non solo sfortunato, perché non ha trovato l’anima gemella.  Pare che prenda una piega carica  di novità l’incontro con Gina, la vedova del maresciallo di Breno…Un amore anche se un po’ in ritardo? Ma il PÜT VÈCC non vede in questa possibilità un’occasione benedetta perché pensa di poter continuare così a stare sulle spalle di altri che non siano la propria mamma che lo  aveva solo coccolato come un Messia e non gli aveva fornito la spina dorsale di un vero uomo responsabile e maturo.

DANZA CRISTINA
La leggenda  di epoca carolingia (800 d.C.) ci riporta alla storia dei tre fratelli Cristina, Glisente e Fermo e  agli omonimi eremi che si vedono l’un l’altro dalle tre vette della val di Lozio, sopra  Esine-Berzo e sui monti dietro Borno, formanti un triangolo geografico. La bòta inizia con  Cristina, la sorella forse più sensibile dei due altri fratelli maschi, che li invita a lasciare l’arte della guerra con l’esercito di Carlo Magno e di cambiare vita. Li convince e così si collocano in questi tre punti elevati e isolati della Valcamonica, per una vita di preghiera e  di penitenza, con l’obbligo morale di darsi un segno reciproco di vita con i falò del 9 agosto, tuttora molto sentiti dagli abitanti di questi tre comuni che li accendono per prolungare la benedizione dei devoti fratelli, per ottenere la semina di grazie e di preghiere provenienti dall’alto dei tre  eremi, verso la nostra Valle.

HTRÉE ( Strihe - strìe - streghe)
Rievoca i decenni bui con i roghi delle Streghe al Tonale ai tempi di sospetti, di magie, tempi pazzi per la ragione e per la fede, tempi carichi di tanta superstizione,  pagina triste del nostro passato, anche se  non va esageratamente amplificata in tono, in numero e in lasso di tempo, per non dar corda ad una visione anticattolica semplicistica, senza il necessario “fare  epoqueé” di quegli anni. La musica è volutamente torva, inquietante, quasi onomatopeica.

MÉ PARTÉ
Le guerre e le vicende politiche pre-unità d’Italia  e infra guerre mondiali, l’instabilità economica e la mancanza di prospettive future ha fatto partire per paesi lontani intere famiglie, singoli e avventurieri. Belgio, Francia, Germania… Argentina, Australia….Questi paesi  sono divenuti come  delle sanguisughe delle nostre capacità lavorative. Fortuna per taluni, rabbia, insoddisfazione, sradicamento, per tutti perdita delle radici culturali, religiose ed etiche…in modo diversamente proporzionato. Struggente il senso di ciò che si lascia e non di ciò che  si trova e la condivisione dei medesimi pensieri di tanti imbarcati come il protagonista che “partè”.
Si rischia, si gioca una carta che si spera vincente, l’ultima, l’unica forse meditata a lungo… per costruire una vita che qui, allora e ancora oggi non offre certezze alcune.

PIZZO DELLE RAGAZZE
Non è al pizzo di una gonna ciò  a cui si allude in questa ballata, ma ad uno sperone di roccia sopra l’abitato di Angolo in val di Scalve. Il rampollo di famiglia nobile  parte per le crociate, ma poi diserta e ritorna a casa nella sua valle, vilipeso e denigrato dai familiari che lo diseredano. Sale sui monti esule, ramingo e fuggiasco e si ricostruisce una vita essenziale senza onori e fasti.  Lì d’estate sente il canto di una pastorella che lo rincuora per tutta l’estate. Al ritorno dell’inverno la  voce non si sente, ma l’ex-crociato resta là impietrito poi dal gelo e diviene uno sperone a forma di ragazzo che si protende in ascolto. Alla nuova primavera la pastorella sale e canta a quella roccia, certa che la vita di quel giovane è ancora lì dentro. Struggente storia !!!

SALVO CURIDÙR
(Salvo il Ciclista della famiglia il cui soprannome è Laarì)

Questo giovanotto, molto espansivo con le ragazze, ma cordiale   e affabile con tutti, scrive  rime, porta allegria col canto e le battute: è il giovane spensierato e allegro per eccellenza!
Ma a chi pensasse di lui come di uno sprovveduto, si preoccupa lui stesso di dire apertamente che non è un “rataplan”, uno sciocco sgangherato…Se anche ha bevuto un bicchiere in più, non va fuori di testa, ma è capace di emozioni, si sa sorprendere come un bambino, vive di stupore ammirando lo spettacolo del panorama circostante, soprattutto quando vede il sole alto come un campanile che illumina e mostra in tutta la sua bellezza la cima  del Pizzo Badile camuno, una delle più belle del circondario e alquanto panoramica.

Conclusione
Chi sa il dialetto senza  assurgerlo a Dio,  ne coltivi, tramandi e gusti il suo cicaleggio, la sua costruzione difficile della frase, senta i suoni modulati e carichi di una sonorità più sfumata che non quelli chiari e netti come l’italiano. Se poi farà lo sforzo di ripetere questa operazione con il CD precedente, allargherà temi e argomenti più vicini a noi nella storia (penso a “La Liturìna”), ma intrisi di quella camunicità  che non deve essere la “comicità” di arroccarci in una chiusura indebita, nostalgica, paralizzante, ma il pozzo profondo a  cui far ricorso se  si vogliono capire ed intendere molti nostri modi di pensare e di fare.  Le gallerie verso Brescia, l’apertura verso il Tonale e l’Aprica, la strada del lago d’Endine… ci hanno tolto dall’isolamento che per secoli ci ha reso chiusi e quasi sganciati dal panorama esterno, ma anche questo ci ha plasmato per quel che siamo.
Né gettare via la nostra storia, né idolatrarla,  però conoscerla, amarla e gustarla sì… saremmo altrimenti figli di nessuno e i nostri avi si rotolerebbero nella loro tomba.  
don Rosario Mottinelli  parroco
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